lunedì 16 giugno 2014

Vi racconto una storia.......

Ho conosciuto Anna e la sua storia mi è piaciuta  perché penso che tante di noi la possano condividere.
Anna oggi ha 60 anni. Da piccola frequentava una scuola gestita da suore per bambini della “buona società” e quindi, come tutte le sue compagne di scuola, aveva tutto quello che ci voleva, il grembiulino, i libri, i quaderni, le penne ed era anche molto socievole quindi prontissima a fare amicizia .

In poche parole: niente la differenziava dalle altre, ma non è mai riuscita a capire il perché, le sue compagne la tenevano sempre fuori dai gruppi che inevitabilmente si formano in ogni classe.

Non c’era alcun episodio di bullismo (era una scuola privata e allora il bullismo non sapevano nemmeno cos’era) , ma lei veniva sempre lasciata in disparte. Non riusciva ad essere accettata nei giochi che alcune bambine facevano insieme, non riusciva a partecipare alle feste di compleanno organizzate da altre bambine, non riusciva a far parte di niente. Aveva un paio di amiche del cuore e basta. Le altre le parlavano, le passavano i compiti, scherzavano con lei, ma al momento di inserirla in qualche attività collettiva, la emarginavano, era come se non la considerassero alla loro altezza.

E lei ci soffriva, ma non diceva niente perché non sapeva come spiegarsi, cosa dire.

Dopo le elementari e le medie, in cui la situazione era rimasta sempre identica, sperava che almeno al liceo qualcosa cambiasse, se non altro perché ormai erano giovani donne e non più bambine. Invece no. Anche le nuove compagne non condividevano quasi niente con lei. Sì, qualche festa, qualche pettegolezzo, ma niente di più. E lei continuava a sentirsi sola e ignorata.
Gli anni di studio le hanno quindi lasciato un’impronta abbastanza indelebile: non è mai stata capace di capire il motivo per cui non la volevano.

Diventando adulta ed entrando nel mondo del lavoro questo “fenomeno” ovviamente non si è più ripetuto anche perché lei non cercava la complicità dei colleghi ed era tutta concentrata nel fare carriera. Però arrivata ai 50 anni e quindi ormai realizzata professionalmente e personalmente (si era sposata e aveva avuto un paio di figli) ha iniziato nuovamente a frequentare altre persone, altre coppie e, ancora una volta, pur essendo riuscita a far parte di un “gruppo” ha notato che veniva invitata alle feste e alle cene, ma mai per un caffè e 4 chiacchiere tra donne, o per un giro di shopping tra amiche. Nessuna donna le telefonava solo per dire “come stai”?, nessuna andava a trovarla per un salutino, nessuna la coinvolgeva, per esempio, nella scelta di un regalo collettivo. E ancora una volta lei non si spiegava il motivo e ancora una volta ne soffriva.

Poi, un giorno, casualmente  ha parlato con una delle donne del “gruppo” e questa le ha detto “vedi tu sei un modello”. E’ caduta dalle nuvole, ovviamente. “Un modello io????”Sì le ha risposto questa, perché  sei  bella, perché sei più  intelligente della media, ma non lo fai pesare, perché sei simpatica, perché sai  comportarti sempre adeguatamente in ogni occasione, perché sei  colta . Noi non siamo tutto questo , ma vorremmo tanto esserlo, per questo ti prendiamo a modello”.

Da questo discorso ha capito tutto: non era mai  stata messa da parte, la evitavano per una sorta di complesso di inferiorità nei suoi confronti, cosa che a lei era del tutto oscura.

Morale del racconto: non date mai per scontato che le vostre convinzioni sul comportamento della gente nei vostri confronti  siano giuste, perché spesso sono esattamente il contrario di quanto pensate.


Ci sono formiche che  credon d’esser aquile, e aquile che pensano d’esser formiche, la consapevolezza è un paio di occhiali che rende l’obiettività. (Segnalata da Cleonice Parisi martedì 27/6/2006)

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