martedì 11 novembre 2014

Il telefonino: basta poco per usarlo con educazione…

Ormai credo che non esista  praticamente più nessuno che possa fare a meno del telefonino: personalmente posso dire che mi ha decisamente cambiato la vita.

Infatti posso uscire quando mi pare anche se aspetto una telefonata importante, posso mandare un messaggio per dare una notizia e non voglio disturbare, posso far finta di essere occupata in una conversazione quando qualcuno mi importuna per strada o quando entro in un posto affollato e sconosciuto e voglio darmi un contegno per non far vedere che mi sento un po’ intimidita dal contesto, posso mandare alla mia amica una foto dell’abito  che vorrei comprare per avere il suo parere….

Per favore, dopo questa tiritera, non pensate che voglia fare l’elogio del cellulare , tutt’altro, voglio invece attirare la vostra attenzione su quanto poca considerazione  dedichiamo all’educazione che tutti dovremmo avere nell’usarlo.

  • Quante volte mi è capitato di sentire una persona che , per strada, urlando a squarciagola, parlava con qualcuno magnificando i suoi averi! “ sai non so decidermi se aprire la casa a St Moritz per l’inverno oppure quella a Cortina! “ e “ certo che se mi compro un Armani non è come comprare un D&G, capisci?” No cara signora non capisco proprio, ma soprattutto non me ne frega niente delle sue case e dei suoi capi firmati.

  • Peggio ancora  in treno. La malcapitata (io) dovendo viaggiare  per lavoro ( e non avendo pensato di  prendere la carrozza dove non si può telefonare)  si è ritrovata spesso  seduta di fianco a qualcuno che per tutto il viaggio  - da un minimo di un’ora a un max di 3 – non ha smesso un secondo di fare e ricevere telefonate durante le quali (sempre con voce stereofonica) ha potuto far sapere a tutto il vagone che lavoro faceva, com’era riuscito a concludere un affare importantissimo, cosa avrebbe fatto alla sera,  che segretaria cretina si ritrovava, a che appuntamento importantissimo doveva andare e altre piacevolezze del genere che non solo a me, ma neppure agli altri viaggiatori poteva minimamente interessare.

  • Poi ci sono quelle persone che hanno sì la buona creanza di non strillare come oche spennate quando usano il cellulare, però tengono la suoneria altissima. Anche questa è maleducazione: un trillo improvviso e acuto, in un contesto dove magari regna il silenzio, può far sobbalzare chiunque e magari anche svegliarlo da un sano pisolo (leggi treno). Hanno inventato un oggettino piccolo e poco ingombrante , ma utilissimo che si chiama auricolare……perché non usarlo? Perché tutto il mondo deve sapere e sentire che  qualcuno sta chiamando? Perché in chiesa durante una funzione domenicale o un matrimonio o un funerale, mentre tutti sono raccolti in preghiera si deve sentire il trillo, magari musicale o peggio con suoni tipo fischio, trenino, rombo di tuono, del telefonino che qualcuno si ostina caparbiamente a non spegnere (o almeno silenziare) per paura di perdere chissà quale telefonata???? Se hai paura di non essere raggiungibile, non venire in chiesa e il gioco è fatto. Idem per il teatro o il cinema.

  • E non dimentichiamo poi chi ti attacca dei bottoni infiniti e invece di andare subito al sodo ( normalmente chi ha un cellulare lo usa soprattutto quando è fuori casa e quindi probabilmente non ha tempo per stare molto al telefono) e parla parla parla e tu cerchi di chiudere dicendo “va bene, sì d’accordo, ci risentiamo” ma lui (o lei) continua a parlare senza sosta…..Da sopprimere all’istante, secondo me.

  • E che dire di quelle persone che  rispondono, ma parlando a voce talmente bassa che sono certa l’altro non riesca a sentire nemmeno una parola, ma soprattutto si mettono subito la mano davanti alla bocca per non far vedere il labiale, manco fossero dei politici ripresi dalle telecamere….Non solo sembrano dei cospiratori , non solo ti  viene il sospetto   che stiano parlando male di te, ma sono pure maleducati perché basterebbe, invece di fare tanta scena inutile, alzarsi e allontanarsi dal contesto in cui si trovano….

Infine vorrei spendere ancora due parole sulle modalità di approccio di chi telefona e non si pone neppure lontanamente il pensiero che il destinatario della chiamata possa essere occupato in altre cose.

  • Prima situazione: “Pronto? Ciao sono XY, volevo raccontarti che….” Ma , dico io, un “ciao, ti disturbo o puoi parlare?  è così difficile da dire? Parrebbe di sì, quindi quando a me capita una telefonata di questo tipo rispondo immediatamente, interrompendo la persona, “scusa ti richiamo” e tronco la comunicazione. Illusa, ovviamente che l’altra persona capisca . Dico illusa perché invariabilmente vengo richiamata con la frase “è caduta la linea, ti stavo dicendo…” Sigh!

  • L’altra situazione (che mi manda letteralmente in bestia)  si verifica quando a chiamare è la segretaria di qualcuno. Anche in questo caso l’incipit è “ buongiorno le passo il dottor XY” e tu non hai neppure il tempo di dire “no, aspetti , adesso non posso” che già XY è al telefono e ti  sta parlando.  Un semplice “posso passarle il dottor XY?” sarebbe cortese, educato e darebbe la possibilità di dire sì/no e  (suggerimento non richiesto, ma utile) sarebbe sufficiente, se non ci arriva da sola, istruire la segretaria su come si fanno le chiamate ad un cellulare.

Uno può dire: ma se suona libero e rispondi  vuol dire che puoi parlare. Vero, ma certe volte uno magari aspetta una telefonata  di lavoro oppure si dimentica di spegnerlo, oppure è in bagno, o sotto la doccia, e poi se io ho una casa con una porta e non la chiudo a chiave, questo non vuol mica dire che chiunque è autorizzato a entrare senza suonare il campanello no? Beh il telefono è la stessa cosa: è un modo per introdurci in casa d’altri…. Giusto?

La tecnologia è bella e utile, ma se non la si impiega tenendo presente anche il fattore rispetto per gli altri, diventa un ulteriore mezzo di prevaricazione della vita di chi ci circonda.


Non si capisce perché persone laconiche e monosillabiche davanti al proprio fedele cellulare si attardino in arabescate e pedanti descrizioni di ogni sciocchezza che passa loro per la mente.
Mario Grasso, Manager lavate l'insalata, 2007






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